lux libera nos - Raffaella Vaccari

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Lux libera nos: smascherando




“Conosci te stesso e conoscerai l’universo e Dio”
Fausto Taiten Guareschi abate del monastero di Fudenji


L’identità è quell’insieme di caratteristiche che rendono una persona unica e riconoscibile rispetto ad altri. La consapevolezza di sè, in quanto individuo diverso dagli altri permette di conoscere la propria natura. Il riconoscimento della propria vera essenza non è sempre facile, occorre un lavoro di introspezione spesso duro per togliere le varie “maschere” che nel corso della vita ogni individuo si è cucito addosso, per capire i meccanismi inconsci che scatenano certi innati comportamenti. La maschera è un sedimento che nasconde la nostra vera identità: è una metafora di tutte quelle costrizioni mentali, pregiudizi e limitazioni della vita quotidiana che ottenebrano il riconoscimento della nostra vera natura, riscoprire le potenzialità individuali e quindi la possibilità di tirar fuori il meglio da noi, ma principalmente di poter vivere pienamente la nostra vita, la libera espressione della profonda natura della persona.



“La cultura di massa svilisce e snatura l’individuo” Francesco Izzo
Il bisogno di visibilità è diventato fortissimo nella nostra società occidentale perché è radicata in modo fortissimo l’angoscia dell’anonimato: la massa che ingloba e livella tutto come un Blob, ma nonostante la massa ogni persona si sente sola; è una massa di individui isolati che hanno bisogno di essere il centro di interesse di qualcuno, senza però esporre la propria faccia (da questo punto di vista la maschera è proprio l’occultamento del volto).
Il lavoro proposto per questa mostra illustra una figura nella luce, metafora della vera natura umana che riesce ad uscire allo scoperto, ed un’immagine speculare della stessa figura in basso, metafora della natura “mascherata”.

Il quadro ha una parte audio nascosta all’interno, con diversi suoni, sono “suoni immagine”: dapprima una voce metallica, poi una voce sussurrata raccontano una storia, una voce urlante esprime tutta la sua rabbia; queste parti sono intervallate da trilli del telefono ed infine da scampanellii.
L’azione del suono va a modificare l’ambiente e tende a renderlo interattivo con il fruitore, nel momento in cui il suono del telefono, emesso dal quadro, corrisponde al suono del telefonino del fruitore. In questo modo l’opera fa interagire il visitatore apportando l’azione. Il telefonino cellulare permette di rendersi visibili rispetto alla massa e di condividere con gli altri in modo aggressivo (perché non richiesto, ma imposto) le emozioni personali, le intimità. Gli altri diventano testimoni involontari di ciò. In questo modo l’opera agisce sul fruitore, sul suo bisogno di essere visibile, di essere cercato e considerato, ma allo stesso tempo lo illude, perché la telefonata è virtuale.
Nella parte finale del quadro vi è la rappresentazione grafica dello Zodiaco, perché lo Zodiaco è il migliore strumento di conoscenza per conoscere se stessi: ti mostra come sei senza orpelli, in modo lucido, spietato ed è inoltre il filo conduttore della frase iniziale di Taiten Guareschi, lo Zodiaco come mezzo per conoscere se stessi legato all’Universo. All’interno dello Zodiaco sono state inserite le sigle delle quattro basi del DNA (A- adenina, G – guanina, T- timina, C – citosina) attribuite ai diversi segni zodiacali come ulteriore rafforzamento del legame che vi è tra l’universo e la natura umana.



Nello spazio vissuto dal fruitore di fronte al quadro è inoltre collocata una sedia rotta con appoggiate diverse maschere. La sedia-scultura serve per creare un interspazio fra il fruitore ed il quadro; questo vuole essere uno spazio che va ad unire le diverse spazialità; diventando non più spazio del fruitore, né spazio immagine del quadro vuole coinvolgere teatralmente il visitatore all’imago picta. Idealmente la figura si stacca dal nostro spazio salendo sulla sedia per inserirsi nel quadro e si sdoppia in un’immagine speculare. Rimane un’eco dell’immagine finale sia nel basso del quadro, sia nelle maschere sul pavimento.
La luce libera dalle maschere che ogni giorno nascondono la nostra vera identità.
Il titolo Lux libera nos, è una frase in latino che significa “luce liberaci” ed è stato ispirato dall’omonima canzone di Roberto Cacciapaglia. 

 
 
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