Debora Ricciardi - Raffaella Vaccari

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critica
 

PAROLE PER RAFFAELLA VACCARI
Debora Ricciardi



“Parlar molto e scrutare razionalmente
vale meno che mantenersi vuoto.”
(Lao Tzu)

I sogni cambiano come i sognatori che traghettano le loro visioni nella dimensione del tempo terrestre. Ma c'è un sogno che rimane identico a se stesso nonostante la crosta dell'epidermide si increspi con gli anni: il ritrovamento fortuito di un messaggio in bottiglia! E se poi il messaggio è scritto in una lingua segreta, quale sorpresa nello scoprire con la ricerca il suo significato nascosto.
Purtroppo non posso cantare le parole che Sting ha composto per “Message in a bottle”:

“Passeggiando questa mattina
Non credevo a quello che ho visto
Cento miliardi di bottiglie ...”

Ma altri messaggi su tele spiegate dal vento dell'Arte sono arrivati nelle mie mani. Le tele di Raffaella Vaccari hanno in sé qualcosa di estremamente mistico, sembrano mappe antiche di tracciati arcani, carte geografiche del sentire che dettano i passi della danza degli elementi. Ad una prima osservazione è indubbio lo smarrimento, ma appena varcata la soglia dell'interrogativo, si scende in una dimensione grandiosa e ci si sente accolti, quasi avviluppati da queste cromie rubate alla terra. Sfumature tané, terre rossicce come l'argilla, giallastre come la sabbia, brune come il fango, grigie come la cenere, nerastre come l'humus.
La visione cromatica del Medioevo descriveva il bruno come un colore impiegato a connotare il peccato, lo stesso Dante parla dei peccatori come di uomini “ad ogne conoscenza bruni”, ciechi alla luce della consapevolezza e sordi alla voce della coscienza. Nella sua essenza il bruno non era un colore gradito sui vari piani della percezione e per secoli è stato confuso con la massa indifferenziata dei cromatismi scuri. In epoca moderna, il passaggio alla connotazione positiva del bruno si lega all'associazione verbale con la terra, declinata al nuovo modo di nominare questa gamma di colori con il marrone, che è anche il nome della castagna più grossa, frutto della terra dal guscio legnoso, che racchiude in sé il calore ed il sapore dell'autunno, tutto il tepore di un'antica intimità familiare. Questo è il tipo di marrone che usa Raffaella: una cromia calda che accoglie, riceve e in cui ci si può adagiare e rannicchiare. Scrive Lüscher “l'offuscamento del rosso che avviene nel marrone toglie ad esso la pulsionalità e l'irruenza, ma non ne intacca le evocazioni e i contenuti simbolici legati alla dimensione vitale”. D'altra parte lo stesso Kandinsky percepiva il rosso offuscato nel marrone come un borbottio appena percepibile, “ciò nonostante da questo suono esteriormente fievole, deriva un suono interiore più forte e possente”(Lo Spirituale nell'arte, 1909).



Marrone e terra appartengono all'archetipo della Madre, che a sua volta è letto nel duplice significato più propriamente tellurico -accanto agli altri elementi Acqua, Aria e Fuoco- e cosmico ed entrambi questi aspetti si ritrovano nelle opere dell'artista.
Il simbolismo tellurico assume un carattere materico e si lega alla nascita delle forme. Una delle espressioni creative più arcaiche dell'uomo non è forse la lavorazione della creta? Non è un caso che Raffaella affianchi alla pittura anche la scultura e non è un caso che scelga di lavorare l'argilla. La terra così diventa matre e matrix di vita, genitrice e nutrice delle forme: Tellus Mater. La comune appartenenza del colore marrone, della terra, dell'uomo, dell'energia vitale ad un unico complesso archetipico è inoltre testimoniata dalla mitologia secondo cui l'uomo è stato creato con polvere, fango, argilla, cenere e altre forme della terra. Non solo nella narrazione biblica l'uomo è impastato di terra, ma anche in quella cinese e in quella egizia secondo cui Kum, un dio vasaio, modella l'uomo sul suo tornio. L'archetipo materno della terra ed il significato simbolico del colore marrone sono dunque legati a esperienze di rigenerazione e di contatto con le energie vitali. E' inoltre significativo rilevare che foneticamente il termine uomo è simile al termine humus ed entrambi hanno la comune radice etimologica ksam, che in sanscrito che significa “terra”: sia seguendo le tracce mitologiche, che seguendo quelle semiologiche scopriamo pertanto che l'uomo è terra.
La terra, in quanto soggetto cosmico, è l'originaria sposa del cielo, così narra Esiodo nella Teogonia e così narrano molte leggende sparse in tutto il mondo. E' curioso sottolineare che l'iconografia cinese dà forma teriomorfa a questo matrimonio sacro e rappresenta il cielo come drago e la terra come tigre dal colore giallo cupo con screziature marroni. Questa considerazione è preziosa se legata all'ulteriore dettaglio racchiuso nel titolo di alcune opere “Ossa di drago”, che nasconde la chiave di volta per l'interpretazione dell'intero ciclo.



Ma prima di svelare gli enigmi linguistici, non posso trascurare una delle più ossessive manie dell'artista, che è quella della scrittura. Lei stessa più volte mi ha confessato di essere una “grafomane”, ma aggiungo di grande raffinatezza dato che non si tratta in realtà di semplice scrittura, ma approfondito studio della calligrafia ed in più cinese, che è vera e propria disciplina di ricerca interiore. La pratica della calligrafia cinese, infatti, non consiste solo nell’apprendimento di una abilità manuale ma coinvolge l’intera persona. Nella tradizione, scrivere consiste nell’appropriarsi e perfezionare un gesto che lascia una traccia. Così Raffaella sviluppa la percezione di movimenti che prendono vita sulle sue tele. Mentre dipinge infatti lei stessa impegna totalmente il corpo, lo spirito e la sensibilità, con una abilità tecnica acquisita con paziente pratica ed esperienza. Molti sono i punti di contatto con il Taiji Quan, antica disciplina orientale, anch’essa perfetta espressione del modo di intendere l’Uomo come unione del Cielo e della Terra, tipico del pensiero, della medicina, dell’arte, della cultura cinesi. Viene da sé che alla calligrafia, Raffaella, da tempo accosti il Taiji Quan, d'altra parte lei stessa afferma che “l'arte del Taiji Quan e la calligrafia sono simili perchè ambedue nascono dall'armonia tra la forza del polso ed il sentimento del cuore. Esse si basano sullo stesso principio perchè l'essenza di ambedue è l'energia, la parte più spirituale della nostra essenza”.
Per comprendere il significato del titolo “Ossa di drago” occorre spolverare la affascinante leggenda dell'invenzione della scrittura cinese da parte di Cang Jie, primo ministro dell’Imperatore Giallo, nel III secolo a. C. L’Imperatore aveva affidato a Cang Jie il compito di inventare un sistema scritto per comunicare, ma dopo innumerevoli sforzi il ministro non era riuscito ad arrivare a nessuna conclusione. Un giorno, mentre stava seduto sulla riva di un fiume, l'idea di tracciare dei segni associati a dei significati gli venne dall'osservazione di segni su di un guscio di tartaruga, o, secondo un'altra versione, dall'osservazione delle impronte degli uccelli sulla sabbia, o ancora da un evento straordinario: una fenice in volo aveva fatto cadere un oggetto che impresse sulla sabbia l’impronta di una chimera, animale fantastico dalla testa di leone e la coda di serpente. Cang Jie subito si mise all’opera e creò la prima forma di scrittura cinese, per associare un simbolo a tutte le creature e agli oggetti del mondo. L’Imperatore fu entusiasta e subito fece convocare i governatori delle nove province sotto il suo impero per insegnar loro il sistema di scrittura inventato da Cang Jie.



Sappiamo inoltre che le prime testimonianze scritte della lingua cinese risalgono ad alcune incisioni su gusci di tartaruga, scoperte casualmente nel 1899 da uno studioso delle lingue antiche. Ammalatosi improvvisamente, il linguista aveva mandato un suo servo a comprare un famoso rimedio della medicina popolare cinese, chiamato “osso di drago”. Quando il servo tornò dalla commissione, lo studioso notò che sull'osso, destinato ad essere triturato e ingerito, erano incisi dei segni somiglianti a caratteri, allora mandò ad acquistare tutte le “ossa di drago” della zona e riuscì a scoprire la più antica forma di scrittura cinese fino ad oggi nota. Si trattava ovviamente non di ossa di drago, ma bensì di pezzi di guscio di tartaruga, anticamente usati per l'arte divinatoria, cioè per interpretare il futuro. Per interrogare le divinità si incidevano semplici domande sui gusci di tartaruga, poi sottoposti al calore del fuoco. Dalle linee che si formavano sul guscio con la cottura, lo sciamano traeva il responso del cielo.
“Ossa di drago” è dunque più di un semplice titolo per le opere di Raffaella, è richiamo ad un'attenzione profonda per quanto viene dichiarato su queste tele, che assomigliano sempre più a cartigli da decifrare. Ed è geniale il fatto che l'artista abbia pensato quasi ad una sorta di percorso guidato che aiuti la lettura profonda di queste opere attraverso un'altra serie di dipinti, dal titolo questa volta esplicito: “Proemio”. Queste tele sono un urlo sordo, boato di primigenia specie, che lascia intuire la doppia valenza dell'archetipo materno: nelle tonalità calde troviamo l'allusione al grembo portatore di vita, caldo e accogliente, legato ad un certo sapore erotizzato; in quelle fredde, quelle più offuscate dei grigi e dell'argento, la liaison è alla nuda terra sterile, arida, avara, alla terra-matrigna. Su una superficie trattata con grande sapienza tecnica al punto da farla sembrare liscia come una pietra levigata, affiorano cicatrici, ma anche lembi dorati, sgocciolamenti che sono prodromici alle “Ossa di drago”, tuttavia qui il segno è ancora libero, non concluso in una forma geometrica, fluido in accenni di nero che sono come le vibrisse dei gatti, sottili segnali di qualcosa che accadrà. 



La serie “Ossa di drago” apre ad una dimensione altra in cui tutto ciò che richiama ad una figura in realtà non è altro che il risultato di una emozione che ha scelto di diventare cerchio, rombo, quadrato, rettangolo, a riecheggiare la caratteristica geometrica e pittografica della scrittura cinese che si inserisce in spazi perfetti ed equilibrati. L'artista stessa dichiara “Non raffiguro niente se non quello che non ha forma, l'intensità di qualcosa che si sente. E' una pittura che non pensa ma che nasce dal sentire...”. Ed allora non ha importanza se non riusciamo a leggere gli ideogrammi sulle tele, perchè quegli stessi ideogrammi pur avendo un significato preciso, possono comunque assumere per noi che pazientemente li osserviamo, significati altri, aderenti alla nostra sensibilità. Allora scopriamo che quello che fa Raffaella è donarci una grande libertà che solo ai più frettolosi può apparire invece inganno, rebus, o tranello. Ci spinge a destrutturarci, a sciogliere i vincoli che ci imbrigliano in consuetudini ormai atrofizzate, ci spinge a diventare leggeri e trasparenti come pioggia e attraverso questa rinascere nel bagliore aureo della bellezza di chi sa rinunciare all'inutile, al superfluo. L'invito è quello di abbracciare il vuoto, quale atto di purificazione e le parole di Lao Tzu risuonano come un mantra:

“Sii te stesso e fai la tua cosa,
non preoccuparti d’altro.
Non sei al mondo per essere venduto.
Non farti governare dall’idea di utilità,
ma dalla tua propria gioia.
Godi; e se dalla tua estasi qualcosa trabocca,
va bene, condividilo: ma non sforzarti di essere utile.
Così facendo ti uccideresti. E’ una forma di suicidio.
Non essere suicida.”



 
 
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